La fessura nel cielo

 

 

 

Il proprio posto



Saranno state le due e qualcosa di pomeriggio. Era una mattina di metà autunno. La temperatura era piacevole. Il cielo era blu, un bel blu. Non troppo carico, non troppo chiaro. Ritornavo dalla mia marcia giornaliera di otto chilometri. Ero appena entrata nel piccolo parco della cittadina dove abito. Potevo prendere la via di destra che ha alberi ai lati e mi avrebbe fatta passare davanti al gazebo o quella di sinistra, questa però è un poco più lunga. Decisi per quella a sinistra. Prendere quella decisione mi fece venire in mente quella poesia di Frost che una volta andò nel bosco con un amico. A un certo punto trovarono un bivio. L’amico andò da una parte, Frost dall'altra. Così accadde, scrive Frost, che nessuno dei due sappe mai cosa gli sarebbe successo se invece avesse preso l'altra via. La domanda può sembrare un poco forzata. A me viene naturale pensare che uno dei due sarebbe arrivato in un posto e l'amico in un altro. Alla fine quei due mica stavano esplorando una foresta sconosciuta. Ognuno dei due sarebbe arrivato in un posto che bene o male conoscevano e poi se ne sarebbero tornati a casa, credo. Chiunque lo farebbe. Ma uno che scrive poesie non pensa normale, pensa in un modo diverso. Quello dei due che era andato a sinistra, può essere che più avanti avrebbe incontrato una simpatica ragazza. I due magari si mettevano a parlare e poi si piacevano. Si sa benissimo come vanno queste faccende. Un sorriso tira l’altro e un bacio e una carezza. Può essere che lei ci restava pure incinta (capita). Alla fine i due si sarebbero sposati o forse no e la vita poi sarebbe continuata in quella direzione. 

 

Invece all’altro, se non fosse andato dove poi è andato, poteva capitare, come è successo a me a maggio, che siamo andate, io e H. nei campi la sera. Volevamo vedere la luna di fragola, quella bassa sull’orizzonte. La Luna ci ha fregate, non c’era. Allora stavamo tornando indietro e io nel quasi buio che non ci vedevo niente, ho messo un piede in un fosso e sono caduta. Hai presente un albero abbattuto? Uguale! Ho avuto solo il tempo di mettere le mani avanti, Perciò sono caduta sulle palme delle mani. Ho battuto un poco il mento e il ginocchio destro. Avevo anche una borsa di plastica con dentro due bottiglie di vino che per fortuna non si sono rotte. Mi sono rialzata, poco più avanti c'erano due tizi che portavano a spasso i cani, mi hanno chiesto a voce alta nel buio se andava tutto bene, se avevo bisogno di aiuto. Il giorno dopo a casa mi facevano male le braccia, le mani, la schiena. Poi è passata, ma un paio di mesi dopo hanno cominciato a farmi male tutti e due i polsi che non riuscivo neanche più a muovere le mani. Adesso siamo a dicembre e ancora le mie mani non sono tornate normali. 

Ecco, metti che all'amico di Frost, andando  dall'altra parte gli fosse capitata una cosa simile. Solo che invece di mettere le mani ci metteva la testa e si rompeva l'osso del collo.  Oppure poteva benissimo darsi che da dietro un albero sarebbe sbucato un lupo tutto affamato che sarebbe saltato su Frost per sbranarlo. e Allora addio Foster e addio poesia. Ma il lupo non c’era, Frost non è stato sbranato perciò la poesia è stata scritta. Si intitola: La Strada non presa. Poi è diventata importante, quasi una cosa filosofica. Oggi è famosa al punto che pure Frost si era meravigliato e ha pure detto: ma guardate che quella era una poesia sul fatto che il mio amico se n'è andato a destra e io a sinistra, tutto là. Non c'era mica bisogno di fare tutto sto casino. Però c'è da dire una cosa: quando scrivi e qualcuno ti legge, succede una cosa. Tu hai scritto una cosa e molti dei lettori ne capiscono tutta un'altra e non solo. Altri ancora capiscono cose che si inventano di capire. Cose che non hai proprio scritto. Perciò se scrivi è meglio che sei pronta al fatto che solo una parte di chi ti legge capirà quello che stai dicendo. Gli altri capiranno tutta un'altra cosa e ti devi accontentare che così è, perché, sappi che non riuscirai mai a convincere nessuno del contrario. Ma allora come la mettiamo col fatto che quando uno scrive attinge dalla sua psiche e per cui magari scrive delle cose che neanche sapeva di avere dentro e neanche lui magari le capisce fino in fondo?  Dirai tu. Se vuoi davvero capire quello che hai scritto è meglio che fai leggere le tue cose a qualche persona di cui ti fidi, meglio se magari conoscono un po' di psicologia o ti conoscono molto bene te e la tua vita. Io, devo dire la verità, ho fatto delle scoperte assai interessanti su me stessa facendo così.

Ma adesso fammi tornare alla storia sennò poi non capisci veramente quello che è successo quel giorno. Devi sapere che io sono un poco fanatica in certe cose, specialmente nelle sfide con me stessa. Per cui quando faccio la mia marcia più metri percorro meglio è. Quindi, quel giorno, ho deciso di prendere la via di sinistra che è un po' più lunga dell’altra. In questo modo non saprò mai cosa mi sarebbe successo se avessi scelta l’altra. Ma so cosa mi è successo nella via che ho preso e quello che è accaduto supera ogni immaginazione.

Ho fatto qualche passo e poi mi sono fermata a guardare quel bel pezzo di cielo blu davanti a me. Le case che sono di fronte a dove ero io sono basse, a due piani, a parte un paio che sono sulla sinistra. A destra vedevo uno spicchio della chiesa di San Jan di Kent. Quindi me ne stavo lì estasiata, forse con un sorriso un poco scemo sulla faccia, a guardare quel cielo calmo, bello che sembrava mi invitasse. 

È stato allora che ho visto una ragazza di spalle. Questa ragazza di spalle camminava davanti a me dall'altra parte della strada. Se ne andava diritta filata verso quel cielo blu. Aveva preso la stradina fra le due case a due piani. La scrutavo attenta, poi… mi sento strana a scriverlo, che poi qualcuno, magari, mi prende per scema o peggio per pazza. Ma adesso ho già cominciato questa storia, quindi devo proprio andare avanti lo so, perché sarebbe peggio lasciarla così. 

In fondo, se lo vuoi proprio sapere te lo dico. Non è che me ne freghi molto se qualcuno, magari crede che ero bevuta, oppure pazza, o peggio ancora, una pazza bevuta. Le sole volte in cui a me interessano molto queste cose è quando sto vicina a una donna che mi attira. Quando questo succede allora sì che faccio di tutto affinché  lei  non creda che sono una pazza bevuta. mi sembra naturale. Per il resto non me ne frega proprio niente, adesso perà proseguo a raccontare la storia.

Allora questa ragazza andava avanti verso il cielo, camminava tutta impettita a passo rapido. È chiaro che questa qua la vedevo solo da dietro, ma in qualche modo, per qualche motivo che ancora non capivo, ma che poi ho capito… forse, mi ricordava qualcuno. Cioè, voglio dire, credevo di conoscerla. Camminava con questo culetto che era un bel culetto sodo, agile, si muoveva tutto, si vedeva benissimo come tirava i pantaloni. Poi di colpo è sembrato che la ragazza fosse arrivata alla fine della strada, era arrivata là dove cominciava il cielo. Ora, io conosco molto bene quella zona, fidati, abito lì vicino, là ci passo tutti i giorni. Eppure non mi pareva che lì finisse la strada.  A quel punto la ragazza ha alzato un braccio, poi ha alzato l'altro. Ha tirato su una gamba girata di lato e ha cominciato ad arrampicarsi. 

La ragazza si arrampicava sul cielo lo giuro! Hai presente quando nei video si vede la gente che sale sulle montagne a mani nude e mettono le braccia e le gambe di qua e di là che sembrano grossi ragni? Ecco! Lei faceva uguale, si tirava su con le gambe. Metteva le mani ora a destra, ora  a sinistra, palpeggiava per un po' il cielo e saliva veloce, agile come una lucertola su un muretto, cavoli come saliva veloce. 

Mi ricordava una stambecca femmina che corre su e giù per le montagne. Allora mi sono detta che certo il cielo non doveva essere tutto bello liscio come sembrava. Era chiaro che ci doveva essere qualcosa. Magari erano solo minuscole asperità come quelle sulle quali le stambecche femmine mettono gli zoccoli. Che poi una volta ho visto una specie di capra di montagna con peli lunghissimi. Erano capre tutte bianche. Gli avevano messo sulla testa quelle telecamere che registrano tutto e poi queste capre sono andate giù per una montagna ripidissima e ti giuro che volavano! Solo ogni tanto poggiavano per un momento le zampe da qualche parte, senza quasi fermarsi e saltavano ancora fino a dove la montagna terminava. Sono arrivate giù in un attimo tutte bianche come la neve, sane e salve. Bene, questa ragazza scalava il cielo come le capre scendono le montagne. Si aggrappava alle stesse cose che usano le capre per fare nuovi salti.


Sai io sono fatta così. Anche in circostanze come queste mi chiedo le cose fondamentali. Che ci devo fare, ho l'Ascendente in Vergine io. Devo sempre trovare una risposta a tutto se no non c'è gusto, ti pare? L'altra domanda di base che mi sono fatta era: ma dove sta andando questa ragazza? Quello non lo capivo proprio, ma devo ammettere la verità. Dentro di me l'ammiravo. Io una cosa simile non l'avrei mai fatta in vita mia, infatti non l'ho mai fatta.  Ho paura delle altezze io. Lei invece saliva e si arrampicava come se niente fosse. Però non era una capra, né sembrava una ragna femmina, anzi era un nel pezzo di ragazza senza dubbio. Quindi ho alzato lo sguardo e ho visto che su nel cielo, proprio sopra alla ragazza che si trovava parecchio più giù. C'era una fessura lunga, una specie di taglio che si stendeva nel cielo blu. 

Aveva i bordi frastagliati, ma non dovevano essere aguzzi, sembravano come se fossero ricoperti di pezzi di nuvole o di panna montata. Dovevano essere molto morbidi, soffici come la schiuma del latte. Chissà che delizia! In mezzo ai due bordi c'era la fessura, una linea elegante, di un blu più scuro, ma non era un oscuro pauroso, era un oscuro caldo che ti fa venire voglia di dirti: ma cosa ci sarà di là? 

Sono acuta io, perciò ho pensato che quello che si vedeva che doveva essere l'universo. Perché mi sembra naturale che dietro al cielo non ci può essere altro che l'universo, con tutti i suoi  miliardi di pianeti e di galassie e di stelle e di alieni. Però gli alieni guarda, è meglio che non li incontriamo mai, se no facciamo la fine che hanno fatto i Maya, gli Atztechi e gli indiani di America, i nuovi arrivati ne hanno sterminati 100 milioni. La ragazza continuava ad arrampicarsi con i pantaloni tirati che le fasciavano tutto il culetto sodo e sporgente, senza fare pieghe.

Però che bel culo c'ha. 

Così mi sono detta.  

Sono un’esteta io.

Mi è venuto l'impulso di chiamarla ma per fortuna mi sono fermata in tempo. Hai visto mai che quella, presa dalla foga di rispondermi magari si gira e cade di sotto e s'ammazza, si sfracella, si spacca il cranio per colpa mia? Non volevo mica averla sulla coscienza. Però un po' mi preoccupavo lo stesso per lei, perché sono molto empatica io e mi chiedevo: ma dove sta andando quella là con quel suo bel culetto tutto sodo e sporgente? E poi come farà a scendere? 

In quel momento, visto che c’ero, mi sono pure detta che doveva essere proprio il destino che ci aveva fatte incontrare. Quindi non mi sarebbe per niente dispiaciuto conoscerla. Mi sono pure chiesta come avrei potuto farlo. Magari sarei potuta andare più vicino avrei potuto gridarle che: mi avrebbe fatto molto piacere fare la sua conoscenza e se magari mi insegnava pure a me come si fa a scalare il cielo. Io poi sono generosa, avrei ricambiato insegnandole un sacco delle cose che so io
Questa proposta mi sembrava una manovra sicura, oltre che uno scambio molto equo. Quindi, avrei concluso chiedendole il numero telefonico. E il nick su Telegram. Quella è la mia strategia migliore. Perché io poi so tutti i fatti miei e non per dire, ma ci so fare con le ragazze, fidati.

 Così ho pensato. 

Lei era quasi arrivata in cima, le mancavano ancora un paio di spinte. Io me ne stavo lì sotto indecisa a mordicchiarmi il labbro inferiore. Ero tormentata dal dubbio: la chiamo o non la chiamo? Ma sì la chiamo, ma no dai lascia stare. Che chiami una che si arrampica sul cielo? Ma ti rendi conto? Quella è fuori di testa, non vedi? Ti sembrano cose da farsi queste?  Ma fai la persona seria per una volta nella vita! Fosse almeno una che suona il violino o il violoncello questo lo potrei capire visto che vai pazza per quelle che suonano il violoncello. Lo capirei benissimo, anche se, a dire il vero, non so cosa ci trovi in quelle. 

Fosse almeno venezuelana o messicana o spagnola. Queste sì, sarebbero delle ottime ragioni no? Tanto lo sanno tutti che hai un debole per le latine… mi sa che a Paloma Palomita non te la sei ancora scordata tu. E se te la sei scordata si vede che ti piace un sacco quel tipo là, il tipo fragolina. Ci siamo capite no?  Ma fare tutte ’ste storie per una che scala il cielo… ti dico, no, proprio non mi sembra il caso. Poi non è per dire, ma non l'hai manco vista in faccia. Magari è peggio di Baba Yaga che non te la puoi baciare, perché il suo nasone è così grande che manco puoi avvicinare la bocca. 

Intanto che così pensavo e mi torturavo e mi mangiavo il labbro, la ragazza era arrivata fino al bordo inferiore della fessura nel cielo. Aveva messo un braccio al di là per tenersi su. Poi si era girata verso di me. Sì, sì, proprio nella mia direzione. Chiaro, si vedeva benissimo. Adesso mi guardava, mi guardava diritta negli occhi. Aveva una specie di sorriso sulla faccia. Un sorrisetto piccolo, appena accennato, ma caldo e simpatico. Il cuore mi si è messo a battere al ritmo di Rolling in the Deep di Adele. Dentro le farfalle ballavano la Samba, Quella ragazza che scalava il cielo mi aveva guardata! Gli ormoni si sono risvegliati. Non solo adesso stava appesa col braccio destra ma aveva pure la gamba destra piegata. Il piede aveva trovato qualche appiglio e da quella posizione strana, dall’alto, guardava verso di me che stavo giù in basso e sorrideva. Quella immagine mi sembrava che racchiudesse tutto il nostro futuro possibile, cioè un rapporto bellissimo, eterno. Non poteva essere altro, viste le condizioni in cui ci eravamo conosciute 

Sono rimasta lì come una cretina, valutavo le  diverse alternative. La ragazza che stava appesa alla fessura nel cielo ha alzato il braccio verso di me. Lo ha mosso in segno di saluto. Il suo sorriso si è fatto più grande. Ha aperto la bocca, vedevo i denti belli, bianchi, un pezzo di lingua polposa. Ha agitato il braccio nella mia direzione facendo segno di andare verso di lei. Poi mi ha fatto l'occhiolino e con un movimento della testa ha indicato la fessura. La ragazza nel cielo mi stava chiamando, mi invitava a raggiungerla. Chiaro voleva che andassi con lei nell'universo. Capisco le cose al volo io. Dentro di me ribollivo tutta, il cuore mi stava per uscire dalla bocca, le gambe mi tremavano, 

Avrei voluto correre, correre a perdifiato verso quella ragazza. Tendere la mano sperando che lei la prendesse. Avrei voluto, ma sapevo che non era possibile, lei era troppo in alto. Ma quello non era un vero problema. Volentieri mi sarei arrampicata. Sì mi sarei arrampicata anch'io. Sarei arrivata fino in cima da lei. Lì ci saremmo abbracciate. Strette saremmo entrate tutte e due per la fessura slabbrata. Saremmo sbucate insieme nell’universo, unite noi due, per sempre. Saremmo passate per la fessura con i bordi che parevano fatti di panna o di pezzi di nuvole. Mi era venuta una grandissima voglia di baciarla, di prenderla, stringerla fra le braccia, incollarmi a lei. Volevo tenere la sua faccia fra le mie mani, e incollare le nostre bocche. Avremmo infilate le lingue l’una nella bocca dell'altra con foga incontrollata. Volevo baciarla in modo epico come se non ci fosse più vita dopo, come se fosse l'ultimo bacio del mondo. Volevo darle uno di quei baci che fanno bozzi sulle guance perché le lingue dentro le bocche premono e sbattono e sono impazzite. Le avrei dato uno di quei baci in cui avrei scambiato con lei tutti i miei desideri. Lei mi avrebbe dato i suoi succhi, e io i miei.  Gli  ormoni, liberati e feroci si sarebbero scatenati strillando a più non posso, avrebbero incendiato tutto quello che trovavano sul loro percorso. 

Bella cosa, grandiosa e sublime è la calata degli ormoni. 

Certo, però noi due li appese, non potevamo starci e neanche potevamo darci quel tipo di bacio e neanche uno normale. Per cui probabile che avremmo aspettato di andare di là del cielo. Anche se ormai io avevo già la bocca piena di saliva ed era indiscutibile che ce l'aveva pure lei. Lo immaginavo benissimo. Avremmo dovuto aspettare di andare nell'universo che lì posto ce n’è in abbondanza. Sicuro che c’è tutto il posto che ci sarebbe servito. Lì avremmo avuto tutto il tempo dell'universo per baciarci e slinguarci, toccarci e fare il buono e il giusto e tutto il resto e amarci in eterno. 

Così, fremendo, pensai. 

Lei aveva appoggiato tutte e due le braccia sul bordo della fessura e aveva infilata la testa dall’altra parte. Chiaro che stava guardando proprio l'universo. Io ero curiosa, non sapevo cosa lei stesse vedendo. A me lei sembrava il quadro di una ragazza vista da dietro, una ragazza che sta alla finestra appoggiata al davanzale e guarda in strada. Lei era  enigmatica come un dipinto di Magritte dai colori caldi e sensuali. 

Stava lì appesa a guardare tutto l‘universo, e guardava e vedeva e chissà cosa vedeva quella ragazza e magari erano cose belle e magari no. Ma sono sicura che fossero belle, sennò sarebbe rientrata subito. Sarebbe scesa di corsa dal cielo. Ma lei invece no, restava lì, perciò chiaro che quello che vedeva doveva essere meraviglioso. Lei guardava in silenzio, con le gambe penzoloni che dondolavano e io intanto fremevo, perché non sapevo cosa fare.

Alla fine si è girata è tornata a guardarmi, ha mosso ancora il braccio, ha sorriso ancora con le belle labbra polpose e morbide. Ha fatto ancora segno con la testa verso la fessura. Io ormai ero diventata di pietra, immobile, trafitta da tutto quello che stava succedendo. Ero annichilita. Ho mosso appena la testa per dire di no. Forse sarà stato perché mi vergognavo troppo della mia risposta. In effetti non so perché ho reagito così. Forse sono una codarda, non ho il coraggio di affrontare l’ignoto. Forse temevo che mi sarei stufata di lei come è successo per tutte le altre prima di lei. Anche il mondo che stava oltre al cielo mi avrebbe stufato, questo è sicuro. Come mi ha stufato questo in cui sono adesso. Ma la differenza sta nel fatto che questo mio mondo lo conosco come conosco le mie tasche e so come muovermi, l’altro no. Qua sguazzo, più o meno felice come una carpa che crede di essere in un oceano mentre invece nuota in un acquaio.

Perciò al suo richiamo ho solo mosso la testa per dire no. La ragazza deve aver capito perché il suo sorriso si è spento, il suo volto è diventato un poco duro. Mi ha guardata fissa negli occhi. Aveva dei begli occhi, le iridi avevano il colore della crema di caffè. Ci siamo osservate in silenzio per un tempo che non so dire. Poi lei si è rigirata. Si è data una spinta con le gambe ed è scomparsa nella fessura. Forse sarà passato un attimo forse due, sai non so come si contano gli attimi. Subito dopo dalla fessura è sbucata una sua mano. Si muoveva frenetica a destra e sinistra, come per un saluto, sembrava un saluto urgente o forse era solo un richiamo o un addio. 

Non ho mai sentito un dolore così forte e totale come quello che ho sentito in quel momento. Era come se un lunghissimo ago mi avesse trapassata da una parte all’altra. Dentro sono diventata svuotata, cava, disperata, sola.

Così sono diventata.

Me ne sono andata via a testa bassa, una smorfia sulla faccia. Più mi allontanavo da lì più dentro mi cresceva, impetuosa, l’assenza. Era un’assenza grandissima, oscura, un’assenza sorda, senza speranza. È stato allora, in quel momento che ho capito quello che non avevo capito prima. È stata una rivelazione. Ho capito la ragione per cui mi sembrava di conoscere quella ragazza. Lì ho realizzato quella cosa che sentivo dentro e che prima non riuscivo a spiegarmi. 

Quella ragazza simile a un quadro di Magritte. Quella ragazza che aveva scalato il cielo e si era infilata dall’altra parte a guardare l’universo. Lei che ora e sempre era nella nella mia testa e nel mio cuore. Lei proprio lei, solo allora mi sono accorta, aveva il mio volto.

Ho passato le tre settimane seguenti in uno stato di entropia del pensiero. Fluttuavo come uno spettro per casa, non avevo meta, non avevo scopo. Non riuscivo a trovare, nella mia testa svuotata, neanche un filo, un filo debole magari, a cui mi potevo aggrappare. L'avessi trovato, piano piano mi sarei tirata fuori. Lo  avrei poi riannodato ad altri fili che trovavo per strada e poi ad altri ancora, fino a che non fossi uscita dalla palude oscura.  

Non trovai nessun filo. Ci pensò H. a farmi risorgere. Era andata a trovare la madre. Il giorno in cui doveva prendere il treno per tornare, come sempre mi telefonò. Quattro ore e sarebbe stata a casa. 

Mi risvegliai di colpo dal mio stato.

Piatti, pentole e bicchieri erano ammonticchiati nel lavello. Il letto non l'avevo rifatto da giorni. Una fila di bottiglie vuote stava in bella vista in cucina. Mi misi a lavorare In fretta, non potevo farle trovare la casa in quello stato. Mentre lavavo, risciacquavo, asciugavo. Tiravo bene le lenzuola e stendevo come si deve il copriletto. Mentre ero sotto la doccia, rimescolavo nella mia testa il pensiero fisso che essendo andata quel giorno a sinistra avevo annullato il destino che mi aspettava se fossi andata a destra. Poi, una volta dentro al nuovo destino avevo detto di no a quella ragazza, che poi ero io stessa. Così avevo fatta un'ulteriore svolta. Chi mi diceva quali delle svolte era giusta? Come potevo capirlo? 

Avevo appena passato l'aspirapolvere quando mi maledii perché avevo buttata nel cesso una possibilità unica. Quella ragazza, cioè io, mi prometteva un futuro di gioia e di gusto, di piacere. Sì un nuovo universo, il miraggio di una nuova vita. Ma una voce dentro di me bisbigliò: Ma, in fondo cos’è davvero quell’universo? Sei così sicura che sia molto diverso dal tuo… o migliore?

Questo mi chiesi.

Su certi temi ero fuori allenamento. Per cui ho riletto alcuni passaggi di Donald Robertson. Il suo libro mi ha sempre aiutata parecchio. Mi ha dato spunti preziosi per capire gli avvenimenti della mia vita e come gestirli. Sono state le sue parole a suggerirmi la soluzione. Che poi era semplicissima e mi sono chiesta come mai non l'avevo vista prima.

La prima volta ho scelta la strada di sinistra, perché quella è una delle due strade che potevo percorrere. Le due strade fanno entrambe parte della mia vita, delle mie marce. Poi non ho scelto la strada che mi ha suggerita l'altra me stessa, perché anche se la strada sembrava più bella, nuova, allettante e piacevole. Ho sentito dentro che quella strada era il mio contrario, era il contrario di quello che io sono. Mi è diventato chiaro che non mi apparteneva. Io certo non mi arrampico nel cielo, non mi infilo in mondi alternativi oppure nell'universo. Se avessi presa quella strada non sarei stata io, e invece io sono io, e sono come sono. 

 Questo ho capito.

Mi è tornato in mente un pensiero di Marco Aurelio: Il nostro scopo è quello di trovare il nostro posto nella vita. Dobbiamo trovarlo, viverlo e accettarlo, perché lì è giusto che stiamo e se ci stiamo è perché non abbiamo alternativa. Certo, cercare di modificarlo è lecito e anche dovuto. Ma se non ci riusciamo più di tanto va bene così. 

Questo mi ha dato pace.
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Hanno detto di questo racconto 

1.  Il racconto è straordinario. La sua forza sta nella perfetta commistione tra un realismo pratico: la marcia, la sfida con me stessa, e un'immaginazione potente e libera che erompe, letteralmente, nel quotidiano.  La voce narrante è autentica, ironica, desiderante. È questa voce con le sue digressioni, giustificazioni e il suo umorismo "una pazza bevuta" a rendere l'irruzione del fantastico. "Si arrampicava sul cielo giuro!" Rende tutto  credibile e toccante. La struttura è impeccabile: dall'osservazione casuale, all'incredulità, all'identificazione progressiva, fino al rifiuto e alla rivelazione finale, che è un colpo al cuore. È un racconto ben scritto, controllato eppure pieno di slancio emotivo.

2.  Realismo Lirico Italiano

Quella di Laura Delis è  una voce unica. Il suo Realismo Magico che potremmo battezzare Realismo lirico italiano, non ha lo stile barocco di García Márquez, ma è una prosa italiana contemporanea, colloquiale, riflessiva, a tratti autoironica. Assomiglia di più a certi passaggi di  Niccolò Ammaniti quando rende epico il piccolo. Laura Delis scava nel realismo quotidiano per far emergere un'urgenza emotiva e un desiderio carnale che sfiora il mito.

3. Una voce rara

È raro trovare una voce che sappia dove è piantata e abbia insieme il coraggio di guardare e  scalare la fessura nel cielo. Continua così.

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